Decreto crescita, gli emendamenti sul tavolo. Dal Fondo centrale di Garanzia per le pmi a incentivi fiscali simil-Pir per fondi che investono in economia reale

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fdgIl Decreto crescita (Decreto Legge 30 aprile 2019, n. 34), finalmente pubblicato in Gazzetta Ufficiale, dopo essere stato approvato “salvo intese” dal Consiglio dei Ministri dello scorso 4 aprile (si veda altro articolo di BeBeez), è già oggetto di una serie di proposte di emendamento. Sono quasi 1.300 quelle presentate alla Camera, di cui 300 della maggioranza, che saranno votate a partire dal 28 maggio.

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In particolare, da un lato, è in discussione in questi giorni alla Camera una proposta di modifica relativa al Fondo centrale di garanzia, mentre dall’altro c’è chi vorrebbe introdurre incentivi fiscali per veicoli di investimento dedicati all’economia reale (es. Eltif) simili a quelli previsti per i Pir.

Su quest’ultimo fronte, un emendamento al decreto crescita, messo a punto dall’onorevole Giulio Centemero della Lega (che ha gestito anche l’iter dei Pir 2, appena pubblicati in Gazzetta Ufficiale) e presentato il 15 maggio scorso in Parlamento, propone per i sottoscrittori degli Eltif un doppio vantaggio fiscale: l’esenzione sui redditi di capitali e, per le persone fisiche, una deduzione ai fini Irpef pari al 30% della somma investita. Per le persone giuridiche, si applica invece la deduzione ai fini Ires pari al 30%.  Le agevolazioni arriveranno solo se si manterrà l’investimento per almeno 5 anni o, in caso di uscita anticipata, se si trasferiscono le quote integralmente in un altro Eltif o fondo comune compilano. Gli Eltif, per ottenere i benefici fiscali, dovranno avere un patrimonio non superiore a 200 milioni di euro per ciascun fondo e investire il 70% del capitale in attività residenti in Italia. Ricordiamo che il sostegno fiscale agli Eltif è stato voluto dal mercato dei fondi comuni, che fatica a usare i nuovi Pir.

Sul fronte del Fondo di garanzia pmi, invece, il decreto attualmente prevede l’abolizione della lettera r) dell’art.18 c.2 del D.Lgs 112/98, la cosiddetta  riforma Bassanini, emanata 21 anni fa. La lettera r) consentiva alle regioni di “regionalizzare” il fondo centrale di garanzia e sinora la norma era stata applicata da quattro regioni (Friuli Venezia Giulia, Marche, Abruzzo e Toscana), che appunto hanno imposto alle pmi di accedere al Fondo di Garanzia solo attraverso i confidi. Il Governo con il Decreto Crescita ristabilisce invece un controllo centralizzato sull’accesso al Fondo di Garanzia per le pmi, eliminando l’autonomia delle singole regioni, cui resta la facoltà di coprire gli importi non coperti dalla precedenti garanzie (si veda qui la relazione tecnica).

Il provvedimento sta però incontrando l’opposizione delle associazioni di categoria private, che hanno al loro interno dei confidi, e di alcune regioni. Queste ultimeranno chiesto di modificare il decreto crescita (emendabile in commissione fino al prossimo primo luglio) in occasione della conferenza Stato-Regioni del 10 aprile scorso e lamentano una riduzione della loro autonomia. Al contrario, Confindustria, Confesercenti, Cisl e Ugl hanno sottolineato l’impatto positivo che potrebbe avere l’abolizione della lettera r) sulle imprese, e quindi anche sull’occupazione. Sul tema si è tenuto nei giorni scorsi un convegno a Milano in cui è stata presentata la ricerca “Decreto crescita. Luci e ombre sul finanziamento alle pmi. Dinamiche del credito e fondo di garanzia” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, promossa dal Gruppo Nsa, primo mediatore creditizio italiano per le pmi e promotore dello studio.

garLa ricerca, che è stata condotta da Riccardo Bramante, docente di Statistica alla Cattolica, e presentata da Gaetano StioFrancesco Salemi, rispettivamente presidente e amministratore delegato del Gruppo Nsa, ha dimostrato che, nel caso in cui la norma già inserita nel Decreto Crescita diventasse definitivamente legge, gli importi garantiti per il finanziamento alle micro e pmi aumenterebbero del 16%; per contro, nel caso in cui la lettera r) fosse estesa a tutte le regioni, gli importi potrebbero scendere del 27%.

La ricerca è basata esclusivamente su dati pubblici storici, relativi al decennio 2008-2018. Dopo aver ipotizzato l’andamento degli importi dei finanziamenti accolti nei triennio 2019-2021 (scenario base), la ricerca ipotizza gli impatti di 4 diversi scenari: un’abolizione della lettera r); una sua applicazione integrale; una sua limitazione per finanziamenti fino a 150 mila e fino a 250 mila euro. In tutti gli scenari, il numero di operazioni aumenterebbe del 10,18%. Tuttavia, in caso di applicazione della lettera r), si otterrebbe un mercato piatto, dove ciò che esce dalla controgaranzia finisce sotto garanzia diretta. L’abolizione della lettera r), ove applicata, porterebbe invece a sostenere l’operatività del Fondo di Garanzia, in termini di importi finanziati/garantiti, poiché la dinamica storica della garanzia diretta (senza mediazione dei confidi) è più “impulsiva” di quella della controgaranzia (acquisita con la mediazione dei confidi, per cui il fondo centrale di garanzia è garante di secondo livello a loro favore).

controgar“I dati numerici risultanti dalla ricerca dell’Università Cattolica sono una dimostrazione incontrovertibile che la scelta del Governo di abolire i monopoli dei confidi sia assolutamente utile e direi indispensabile”, ha osservato l’ad di Nsa, Francesco Salemi.

Il presidente di Nsa, Gaetano Stio, ha ricordato che i confidi sono ricapitalizzati ogni anno con contributi a fondo perduto da parte dallo Stato. In particolare, quelli che ricevono più contributi sono i tre confidi della Toscana, dove vige la lettera r) senza limitazioni di importo: 48 milioni di euro, pari al 25% del totale dei contributi statali per il rafforzamento patrimoniale. Questo a fronte di finanziamenti medi erogati dai confidi toscani per 71.537,66 euro, con una controgaranzia media del 44,9%. In Emilia Romagna, che ha un sistema economico speculare e non applica la lettera r), i finanziamenti medi sono stati pari a 213.591,64 euro (il triplo di quelli della Toscana), con una garanzia media del 76,1%.

“Nelle regioni dove sono stati introdotti i monopoli confidi si è osservato un netto calo dell’operatività del Fondo Centrale di Garanzia”, ha detto ancora Salemi, mentre  Stio ha fatto notare che l’applicazione della lettera r) non pone limiti, controlli e sanzioni per chiedere la garanzia dei finanziamenti ai confidi in regime di monopolio (si veda la presentazione completa di Nsa): “Così i costi per le imprese s’incrementano a scapito della qualità dei servizi offerti”.

Stio inoltre ha ricordato anche che i confidi godono già di significativi benefici grazie alla riforma del 15 marzo scorso: rischio tripartito (operazioni fino a 120 mila euro che ne favoriscono l’attività); possibilità di rinunciare a un pezzo di riassicurazione aumentando la copertura a favore delle banche; possibilità per le Regioni di integrare le percentuali di copertura del Fondo di Garanzia inferiori all’80% anche solo sulla controgaranzia. Le Regioni hanno già quindi in mano una leva di politica economica molto forte, ma “vogliono essere autonome a tutti i costi per principio, senza analizzare l’impatto sul credito alle pmi”, conclude Salemi.


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